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TAG | violenza

ott/10

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MI FACCIO LA BANDA…PARAMILITARE

Dal 9 ottobre chiunque vorrà organizzare bande armate a carattere militare, per perseguire tramite queste scopi politici, o più simpaticamente per compiere azioni di violenza o minaccia, potrà farlo liberamente.

Lo stabilisce una piccola norma, nascosta in quella vera e propria giungla di articoli di cui si compone il decreto legislativo n.66 del 2010. Infatti l’articolo n. 2.268 prevede, ai fini della semplificazione normativa l’abrogazione di ben 1085 tra leggi e leggine. Tra queste, per sbaglio(?), c’è finito anche un vecchio decreto del 1948, che vietata appunto la costituzione bande armate di tipo militare e puniva il reato con una pena fino a 10 anni di carcere.

Il regalo ai tanti emuli di Rambo è della coppia La Russa – Calderoli. In realtà la manina che ha cancellato il reato è solo quella del secondo, che deve aver confuso la semplificazione normativa con il vecchio slogan coniato dalla banda di Avanzi per la parodia dell’allora Casa delle Libertà dove “tutti facevano quel c….che gli pareva”.

Peccato, però, che questa svista sia perfetta per togliere le castagne dal fuoco ad un gruppo di vecchi leghisti che dal 1996 sono sotto inchiesta a Verona e che proprio il 23 gennaio scorso (quando si dice la coincidenza) sono stati rinviati giudizio.

Sarà mica che la Lega a forza di svolgere il ruolo di fedele alleato di Berlusconi, ne ha appresso appieno anche il modus operandi in tema di leggi ad hoc, passando dalla fase del sostegno passivo, a quella della applicazione attiva.

I leghisti conservano solo il modo di parlare delle origini, perché ormai sono diventati “Romani” fin nelle midolla. La depenalizzazione del reato di costituzione di banda paramilitare arreca un grande danno alla legislazione italiana ed apre inquietanti vuoti in tema di sicurezza e difesa della democrazia.

La notizia è stata denunciata qualche giorno fa dal Fatto quotidiano con due pezzi (uno di Marco Travaglio), ma è stata lasciata cadere nel vuoto e dal 9 ottobre… sarà un altro giorno

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ago/10

10

LE DONNE E IL RISPETTO

Dolore e rabbia: sono i sentimenti che, da donna, provo ogni qualvolta la radio, la tv e i giornali raccontano storie drammatiche, veri e propri martiri, subiti da donne che vivono in un Paese dove, troppo spesso, manca la cultura del rispetto. Donne violentate, come a Roma e Capri, uccise a calci e pugni per strada, come accaduto a Milano, ammazzate a coltellate dal marito che non accetta di separarsi, come avvenuto a Genova. Donne – ancora – perseguitate, terrorizzate, minacciate da uomini mai cresciuti, immaturi, o semplicemente violenti. Tutto questo, secondo quanto scritto nel rapporto Eurispes 2010, accade in un paese immobile, privo di idee e progetti, nel quale sembra che anche i soggetti che si propongono per guidare l’Italia futura siano in realtà più interessati a una transizione senza fine. Insomma, gli fa più comodo che le cose vadano così. Dicevo dolore e rabbia perché spesso questi episodi si verificano nella porta accanto alla nostra: nell’indifferenza generale.

Ogni cinque donne violentate nel 2009, quattro sono state molestate dal loro compagno o ex compagno. Mentre solo una su 100 è stata aggredita da uno sconosciuto. Ancora una volta il luogo comune secondo cui i maggiori pericoli per le donne si trovino in strada viene a cadere. E il numero di violenze subite in famiglia non diminuisce rispetto agli anni passati, anzi riesce ad emergere di più. Basti pensare che la legge sullo stalking, alla cui realizzazione l’Italia dei Valori ha dato un contributo decisivo (anche con la presentazione di una proposta, nel 2008, di cui ero la prima firmataria), ha permesso l’aumento delle denunce del 4%, dal 46% al 50%. Ma è ancora troppo poco. Gli ultimi episodi evidenziano che buona parte delle violenze e degli omicidi di donne è conseguenza di separazioni. Ogni 10 giorni in Italia un marito/compagno in via di separazione progetta il cosiddetto ‘suicidio allargato’. E il governo? Il Ministro delle Pari Opportunità? Al di là degli annunci e delle mistificazioni si è fatto e si sta facendo poco o nulla. Anzi, nell’ultima finanziaria sono state tagliate ulteriormente le risorse. Sia alle forze dell’ordine, che hanno ora meno mezzi e uomini per contrastare la criminalità sul territorio, sia alla scuola, che invece avrebbe bisogno di finanziamenti per promuovere programmi di educazione – anche sessuale – già nelle prime classi, sia alle associazioni di volontariato che assistono le ragazze schiavizzate e avviate alla prostituzione.

Invece in Italia adolescenti e ragazzi hanno come esempio più alto un presidente del Consiglio malato di machismo, che fa il “papi” con ragazzine che potrebbero essere sue nipoti, si vanta baldanzoso delle sue doti amatoriali, consiglia a ragazze con un lavoro precario – ma avvenenti – di sposare un miliardario. Manca, insomma, la cultura del rispetto. Dolore e rabbia e la voglia di combattere per cambiare.

E a proposito di cultura del rispetto, ne esportiamo poca anche all’estero. Mi sembra giusto ricordare la lettera con cui Elvira Dones rispose qualche mese fa all’ennesima violenza verbale di Silvio Berlusconi sulle donne: Leggi lettera

Sul tema delle donne leggi anche l’articolo di Massimo Donadi: DONNE E FIGLI NELL’ANNO DELLA CRISI

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La sentenza della Consulta in merito alla possibilità di pene alternative al carcere per chi commette violenza sessuale non è positiva per le donne, perché rischia di essere un ulteriore segnale, anche se involontario, volto ad abbassare il livello di guardia nei confronti di reati come lo stupro. – Lo dichiara l’on. Silvana Mura deputata di Idv – La violenza sessuale per i danni, sovente irreversibili, che produce non solo al corpo, ma alla psiche e soprattutto alla dignità di una donna sono talmente gravi che essa dovrebbe essere equiparata al peggiore dei reati come l’omicidio. Anche se reati come lo stupro non si combattono solo con la repressione, chi li commette deve essere certo che la pena sarà massima e molto dura, perché altrimenti si rischia di far impennare ancora di più le statistiche relative alle aggressioni e alle violenze sessuali nei confronti delle donne.

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Credits Raffaele Brogna

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