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Roberto Saviano ha raccontato ad oltre 9 milioni di telespettatori una verità che fino ad oggi era poco conosciuta.
La mafia, la camorra e la ndrangheta da molti anni non sono più relegate nelle regioni in cui hanno visto le proprie origini, e neppure nel sud Italia in generale. Il crimine organizzato ha messo solide radici ed ha impiantato strutture nel cuore produttivo del paese, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, in una sola parola nel nord.
Non si tratta solo della così detta mafia dei colletti bianchi, ovvero persone che hanno il compito di investire e ripulire i soldi provenienti dalle attività criminali. Ma di vere e proprie organizzazioni stabili. Di famiglie e cosche tanto forti e radicate da non riconoscere più l’autorità di quelle presenti nella regione madre, con le quali è anzi in corso una competizione.
Non è certamente una novità. L’Italia dei Valori, anche con atti ufficiali ha più volte segnalato questo fenomeno. Io ad esempio come segretaria regionale dell’Emilia Romagna ho da tempo presentato un’interrogazione parlamentare su una serie di attività criminali che hanno la loro sede nella provincia di Piacenza.
A quell’interrogazione il ministro dell’interno deve ancora rispondere, ma quello che conta è che gran parte dell’organizzazione è stata recentemente sgominata da una vasta operazione di polizia.
Gli addetti ai lavori, dunque, erano al corrente del problema, ma ne era all’oscuro il grande pubblico. Da ieri grazie a Roberto Saviano non è più così e questo è a mio avviso il vero servizio pubblico.
La rivelazione non è piaciuta invece alla Lega che si scaglia furentemente contro l’autore di Gomorra. Tanto nervosismo, più che dalle accuse di collusione per le quali vale la presunzione di innocenza fino a prova contraria, si spiega con un altro ordine di riflessioni.
Le parole di Saviano hanno infatti rivelato ai cittadini del nord Italia una realtà molto diversa da quella dipinta dalla ormai ventennale propaganda leghista. Se io fossi un piccolo imprenditore o un commerciante che vive in Lombardia e che ogni giorno compra la Padania mi porrei questa domanda.
Ma perché in questi anni in cui mi sono indignato per il tentativo di costruire le moschee vicino casa mia, in cui ho sostenuto gli esponenti leghisti che cacciavano dal semaforo il lavavetri o il vu cumprà che mi fa concorrenza sleale, non ho mai letto una riga sulla mia cara Padania, né ho mai sentito denunciare a Pontida o a Campo di Legno che la Mafia si infiltrava nella mia regione?
Come è stato possibile che la Lega che si proclama strenuo difensore del nord non si accorgesse di quanto accadeva nel suo giardino di casa? Ma soprattutto che succederà a me e la mia famiglia se da domani qualcuno che magari parla il mio stesso dialetto mi viene a chieder il pizzo?
Questi sono i motivi che fanno arrabbiare la Lega. Ma il problema sta nel fatto che invece di lanciare accuse e minacce nei confronti di Saviano, la Lega dovrebbe rispondere alle domande che il nord da oggi gli porrà.
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Sul Lodo Alfano da giorni il segretario del Pd Bersani va ripetendo come un mantra che ricorrerà al referendum per bocciare questa riforma qualora fosse approvata in parlamento. Una posizione che non può che far piacere a chi come noi si è sempre battuto senza esitazioni contro le leggi ad personam che il premier ha imposto in questi anni.
Ma poiché c’è referendum e referendum è bene fare chiarezza in merito alla questione per evitare ogni confusione.
Quella attualmente all’esame del Senato è una legge di riforma costituzionale che garantirebbe al premier e al Capo dello stato lo scudo da ogni processo.
La riforma della costituzione è regolata dall’articolo 138 della costituzione stessa, il quale stabilisce che una legge di riforma costituzionale per entrare in vigore deve essere approvata nello steso testo per due volte ciascuno dalla Camera e dal Senato. Se nella seconda votazione di Camera e Senato non si raggiunge una maggioranza dei due terzi, allora la legge è sottoposta a referendum confermativo se ne facciano richiesta un quinto dei membri di una delle due camere.
Il referendum previsto dall’articolo 138, quello a cui fa riferimento Bersani, è dunque cosa ben diversa e assai più comoda rispetto al normale referendum abrogativo per il quale è necessario raccogliere almeno 500.000 firme di elettori italiani. Per il primo basta alzare una mano in parlamento, per il secondo c’è da farsi il mazzo per tre mesi nelle piazze.
L’Italia dei Valori, quando due anni fa il governo approvò il Lodo Alfano con legge ordinaria, non esitò a raccogliere in pieno inverno oltre un milione di firme presentando un referendum abrogativo su una legge che poi, fortunatamente è stata dichiarata illegittima dalla corte costituzionale.
E’ chiaro che oggi non possiamo che considerare con favore che il Pd abbia superato quelle perplessità che gli impedirono all’epoca di essere al nostro fianco in una campagna difficile e faticosa.
Quello che stupisce, semmai è l’enfasi che Bersani cerca di attribuire ad un atto che in realtà è scontato e dovuto. Anche perché se le forze di opposizione non richiedessero il referendum confermativo in caso di approvazione di una legge scandalosa che disonora la nostra carta fondamentale, sarebbero gli elettori che ci verrebbero a prendere a casa per obbligarci a fare il nostro dovere.
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Matteo Brigandì, membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura, nel corso della trasmissione KlausCondicio ha dichiarato che le leggi sulla violenza sessuale e sullo stalking, approvate in questa legislatura dal Parlamento, sono leggi inutili, spot che non servono assolutamente a nulla.
Quasi in contemporanea con le parole di Brigandì le agenzie di stampa hanno dato notizia di un episodio accaduto nel comune di Castel San Pietro in provincia di Bologna. Qui il consigliere comunale di opposizione, Gino Volta, per rappresentare il suo dissenso nei confronti dell’amministrazione comunale, ha regalato al Sindaco Sara Brunori un paio di slip accompagnati da una frase allusiva e offensiva.
I due episodi, tra i quali è difficile individuare quello più riprovevole, hanno un legame non secondario. Brigandì e Volta, a diversi livelli e con diverse storie, sono entrambi esponenti della Lega Nord.
Le loro parole e i loro atti denotano una preoccupante mentalità propria della Lega Nord a sfondo fortemente sessista e assolutamente discriminatorio nei confronti delle donne. Di tutte le donne, ad iniziare da quelle del nord che in gran numero votano con convinzione il Carroccio.
Brigandì con le sue parole non ha offeso solo le donne, ma ha danneggiato l’immagine di un organo costituzionale come il Csm, che evidentemente è inadeguato a rappresentare. Volta, invece, oltre a Sara Brunori, ha offeso un’istituzione che il sindaco rappresenta nella sua persona. Senza considerare un pizzico di vigliaccheria che avrebbe portato sicuramente il consigliere comunale a scegliere una diversa forma di polemica se il sindaco fosse stato un uomo.
Scuse ufficiali sono doverose in entrambe i casi, ma è venuta l’ora di dire basta con i fatti a queste inaccettabili forme di discriminazione. Un modo c’è, e mi rivolgo in particolare alle donne, non votare più per chi vi insulta e non riconosce il nostro ruolo fondamentale in questa società.
Oggi voglio dedicare questo post a Maurizio Cevenini che, per chi non è di Bologna è il favoritissimo alle primarie per la candidatura a sindaco del capoluogo emiliano.
Maurizio, il Cev per gli amici, lunedì mattina ha avuto un malore che lo ha portato immediatamente a ricoverarsi per accertamenti. Si è trattato di una lieve ischemia, che a quanto sembra fortunatamente non ha prodotto conseguenze.
Poiché la politica ha i suoi tempi, insieme ai tantissimi messaggi di affetto giunti a Maurizio, immediatamente si è innescato un dibattito surreale, in gran parte alimentato dai media in merito alla sorte delle primarie e alla candidatura dello stesso Cevenini.
Personalmente sono stata molto toccata dalle parole della signora Rossella, moglie di Maurizio, la quale preoccupata per il marito ha detto che questi prima di tutto alla sua salute e a se stesso. Ha perfettamente ragione, come ha ragione quando afferma che la politica non si può fare in maniera rilassata, o la fai al 100% o ne stai fuori, perché non ti puoi sottrarre alle tensioni, alle cento telefonate giornaliere, agli incontri e a rispondere a tutti gli Sms che ti giungono.
Di fronte a queste riflessioni sono pienamente convinta che la politica si debba fermare al di fuori di quella stanza all’interno della quale c’è, spero ancora per poco, Maurizio con la moglie e la figlia. A loro, e solo a loro spetta prendere con calma ed in maniera convinta una decisione che è privata, privatissima, anche se può avere risvolti pubblici. Ogni pressione, ogni giudizio, ogni valutazione è assolutamente fuori luogo.
Auguri caro Cev e se “Bologna nel cuore” è da sempre il tuo slogan, questo incidente ha mostrato a tutti che anche tu sei nel cuore di Bologna.
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