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Mentre a Fukushima lo spettro di un disastro nucleare diviene di ora in ora più probabile. Mentre il commissario all’Energia dell’Unione Europea ha evocato senza mezzi termini il pericolo di un’apocalisse nucleare anche per l’Europa, come se niente fosse la maggioranza alla Camera ha dato il via libera (con il solo voto contrario dell’Idv, il Pd non ha partecipato al voto per protesta) al decreto che regolamenta la costruzione di nuove centrali nucleari.
Il sottosegretario alle attività produttive Stefano Saglia ha dichiarato che le centrali non verranno comunque costruite in quelle regioni che si dichiareranno indisponibili ad ospitarle. Se così fosse è evidente che la battaglia sul nucleare sarebbe già vinta, visto che non c’è un solo governatore disponibile a mettersi in casa un impianto nucleare.
Il problema però è un altro. Nel decreto approvato (articolo 13) c’è scritta una cosa molto diversa da quella dichiarata da Saglia. In sintesi se la Regione non è d’accordo il governo procede comunque.
A chi gli ha fatto notare questa piccola discrepanza, il sottosegretario a risposto prontamente che se il parere delle regioni non è vincolante dal punto di vista legislativo, lo sarà comunque da quello politico.
Ragionamento un po’ strano perché come dicevano i latini verba volant, scripta manent. Se dunque il governo ha cambiato idea in merito alle procedure di individuazione dei siti per le nuove centrali, perché non modificare anche la legge?
La risposta è presto detta. Il governo sta facendo la più classica delle ammuine. Poiché vede che la paura e l’opposizione al no per il nucleare monta ogni giorno di più sia tra la gente di destra che di sinistra, al momento si cede a parole, nella paura di perdere preziosi consensi in vista delle amministrative, e nel tentativo di depotenziare un referendum che ora ha grandissime probabilità di successo, anche se si disputerà il 12 di giugno.
Al tempo stesso si guarda bene dal modificare la legge, pronto a far valere il principio del passata la festa gabbato lo santo (in questo caso gli Italiani).
Si tratta di un gioco delle tre carte inaccettabile perché mette a rischio la sicurezza delle persone e del nostro territorio. Una scorrettezza che insieme al pericolo di catastrofe nucleare potrà essere spazzata via andando a votare al Referendum che l’Idv ha presentato.
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Purtroppo tutti siamo ancora sconvolti per gli eventi naturali che hanno sconvolto gran parte del Giappone. E’ proprio nei momenti peggiori che si vede la grandezza di un popolo in tutti i sensi. Il Giappone ha dimostrato questa grandezza sia nella compostezza del suo popolo che non si è lasciato vincere dal terrore, sia nell’elevato livello di sicurezza raggiunto nell’architettura antisismica.
I tanti morti, purtroppo, sono opera dello Tzunami, evento naturale contro il quale non c’è ancora difesa. Il terremoto, uno dei più violenti della storia, non ha prodotto invece danni significativi. Gli edifici sono rimasti in piedi, a riprova che la scienza può essere utilizzata per difendere l’uomo da alcune catastrofi naturali.
Quanto accaduto in Giappone, però, deve rappresentare un monito per tutti noi. Infatti anche in quel paese che ha mostrato al mondo di saper resistere anche ai più violenti movimenti della terra, i sistemi di sicurezza di alcune centrali atomiche non hanno retto, ed ora è forte la paura che al disastro naturale si possa aggiungere quello radioattivo.
Se dunque il nucleare si è dimostrato un pericolo non facile da controllare per il Giappone figuriamoci che cosa potrebbe accadere in Italia dove basta il passaggio di un tram per far venire giù cornicioni di case costruite con criteri di sicurezza assolutamente approssimativi.
Basta guardare alla distruzione provocata dal terremoto dell’Aquila, infinitamente più debole di quello nipponico, per rendersi conto della differenza.
L’Italia al pari del Giappone è un territorio a forte incidenza sismica. L’Italia a differenza del Giappone è indietro anni luce nelle costruzioni antisismiche. Se questo vale per le case, a maggior ragione vale per le centrali nucleari che il governo vuole ostinatamente costruire.
Queste centrali, per come funzionano le cose da noi, non saranno mai sicure in condizioni normali. Ma anche ammesso che lo siano, diventeranno delle vere e proprie minacce ambientali e per la vita delle persone in caso di terremoti o altre calamità naturali.
E’ per questo, oltre che per il fatto che stiamo parlando di un’energia ormai costosa e superata, che noi abbiamo presentato un referendum per bloccare la follia nucleare. Un referendum che, se come sembra il governo non tornerà sui suoi passi, rimarrà l’unico strumento concreto per garantire la sicurezza di tutti noi.
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Sul Lodo Alfano da giorni il segretario del Pd Bersani va ripetendo come un mantra che ricorrerà al referendum per bocciare questa riforma qualora fosse approvata in parlamento. Una posizione che non può che far piacere a chi come noi si è sempre battuto senza esitazioni contro le leggi ad personam che il premier ha imposto in questi anni.
Ma poiché c’è referendum e referendum è bene fare chiarezza in merito alla questione per evitare ogni confusione.
Quella attualmente all’esame del Senato è una legge di riforma costituzionale che garantirebbe al premier e al Capo dello stato lo scudo da ogni processo.
La riforma della costituzione è regolata dall’articolo 138 della costituzione stessa, il quale stabilisce che una legge di riforma costituzionale per entrare in vigore deve essere approvata nello steso testo per due volte ciascuno dalla Camera e dal Senato. Se nella seconda votazione di Camera e Senato non si raggiunge una maggioranza dei due terzi, allora la legge è sottoposta a referendum confermativo se ne facciano richiesta un quinto dei membri di una delle due camere.
Il referendum previsto dall’articolo 138, quello a cui fa riferimento Bersani, è dunque cosa ben diversa e assai più comoda rispetto al normale referendum abrogativo per il quale è necessario raccogliere almeno 500.000 firme di elettori italiani. Per il primo basta alzare una mano in parlamento, per il secondo c’è da farsi il mazzo per tre mesi nelle piazze.
L’Italia dei Valori, quando due anni fa il governo approvò il Lodo Alfano con legge ordinaria, non esitò a raccogliere in pieno inverno oltre un milione di firme presentando un referendum abrogativo su una legge che poi, fortunatamente è stata dichiarata illegittima dalla corte costituzionale.
E’ chiaro che oggi non possiamo che considerare con favore che il Pd abbia superato quelle perplessità che gli impedirono all’epoca di essere al nostro fianco in una campagna difficile e faticosa.
Quello che stupisce, semmai è l’enfasi che Bersani cerca di attribuire ad un atto che in realtà è scontato e dovuto. Anche perché se le forze di opposizione non richiedessero il referendum confermativo in caso di approvazione di una legge scandalosa che disonora la nostra carta fondamentale, sarebbero gli elettori che ci verrebbero a prendere a casa per obbligarci a fare il nostro dovere.
IdV · lodo alfano · referendum · Silvana Mura
Oggi circa 2.200.000 firme, complessivamente per i 3 referendum, sono state depositate in Cassazione! E’ stato un grande successo, cio’ vuol dire che i cittadini hanno a cuore i principi per cui la giustizia e’ uguale per tutti, l’acqua pubblica e’ per tutti, e non vogliono ammalarsi a causa di leggi dannose come quella sul nucleare. Grazie a quanti hanno passato ore e ore ai gazebo, grazie a chi ha dato disponibilità alla certificazione, grazie a chi ha caricato i dati, grazie a chi ha corso presso gli uffici comunali per il ritiro dei certificati, grazie allo staff che presso la sede di Roma ha controllato e lavorato la montagna di documenti arrivati.
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