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feb/11

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UNO SCONTRO CHE DOVEVA ESSERE EVITATO

Sul federalismo il governo ha prodotto un brutto pasticcio che ha provocato l’ennesimo scontro istituzionale.

La bozza di decreto presentata sul federalismo municipale come noto non ha ottenuto il via libera previsto dalla legge da parte della commissione bicamerale appositamente istituita per vigilare sull’attuazione della riforma federalista.

Il parere favorevole presentato dal relatore ha ottenuto quindici voti a favore e quindici contrari. Pareggio, dunque, che sulla base dei regolamenti equivale ad una bocciatura.

A questo punto il governo avrebbe dovuto fermarsi. Invece nel giro di poche ore su pressione della Lega convoca in fretta e furia un consiglio dei ministri ed emana il decreto la cui bozza era stata respinta dalla commissione parlamentare.

Si è trattato di un atto di grave forzatura della prassi politico-parlamentare perché solo nelle dittature e negli stati autoritari il governo agisce infischiandosene di quello che dice il Parlamento.

Senza più l’obiettivo della riforma federale la Lega non aveva più giustificazioni per rimanere in un governo ormai morto e sarebbe stato evidente a tutti che l’unica motivazione per cui non si va ad elezioni è proteggere Berlusconi dai suoi stessi comportamenti.

Per questo Bossi ha sbattuto i pugni sul tavolo ed ha imposto ad un Berlusconi suo prigioniero di fare quello che non è mai stato fatto, ovvero fregarsene del parlamento.

Così facendo Berlusconi e Bossi hanno messo irresponsabilmente il presidente della Repubblica nella scomoda posizione di doversi schierare nel conflitto istituzionale creatosi tra governo e parlamento.

Napolitano non ha potuto fare altro che bocciare il governo definendo il decreto irricevibile e dimostrando che l’esecutivo non sa leggere neppure le leggi che lui stesso scrive.

A fronte di tanta irresponsabilità e incapacità la via d’uscita è una sola ed è quella delle elezioni. Ma Berlusconi se ne infischia e rimane asserragliato nel bunker di Palazzo Chigi.

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Vi ricordate le province che tutti volevano abolire? Non sono mai state così solide ed in buona salute come oggi.

La Camera ha bocciato il disegno di legge presentato dall’Italia dei Valori per l’abolizione delle province e questa è la seconda volte che accade.

Il primo voto contrario arrivò nell’ottobre del 2009, ma in quella occasione si disse che si trattava solo di un rinvio tecnico.

La scusa utilizzata allora, in particolare dalla Lega, era che essendo in preparazione la legge di riordino degli enti locali, sarebbe stato più razionale inserire l’abolizione delle Province all’interno di quella legge.

La legge arrivò in aula come preannunciato, ma sull’abolizione delle Province neppure una riga. O meglio ci fu una sorta di tragicomico balletto in cui prima si propose di abolire una decina di province, poi cinque, poi due e infine nessuna.

L’Italia dei valori, mantiene gli impegni assunti in campagna elettorale, ha dunque ripresentato la legge ritenendo che questa fosse la volta buona.

E invece no. Anche questa volta l’aula di Montecitorio ha votato contro e con buona pace dei cittadini ha salvato un ente inutile e costoso come le province.

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nov/10

16

LE VERITA’ NASCOSTE

Roberto Saviano ha raccontato ad oltre 9 milioni di telespettatori una verità che fino ad oggi era poco conosciuta.

La mafia, la camorra e la ndrangheta da molti anni non sono più relegate nelle regioni in cui hanno visto le proprie origini, e neppure nel sud Italia in generale. Il crimine organizzato ha messo solide radici ed ha impiantato strutture nel cuore produttivo del paese, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, in una sola parola nel nord.

Non si tratta solo della così detta mafia dei colletti bianchi, ovvero persone che hanno il compito di investire e ripulire i soldi provenienti dalle attività criminali. Ma di vere e proprie organizzazioni stabili. Di famiglie e cosche tanto forti e radicate da non riconoscere più l’autorità di quelle presenti nella regione madre, con le quali è anzi in corso una competizione.

Non è certamente una novità. L’Italia dei Valori, anche con atti ufficiali ha più volte segnalato questo fenomeno. Io ad esempio come segretaria regionale dell’Emilia Romagna ho da tempo presentato un’interrogazione parlamentare su una serie di attività criminali che hanno la loro sede nella provincia di Piacenza.

A quell’interrogazione il ministro dell’interno deve ancora rispondere, ma quello che conta è che gran parte dell’organizzazione è stata recentemente sgominata da una vasta operazione di polizia.

Gli addetti ai lavori, dunque, erano al corrente del problema, ma ne era all’oscuro il grande pubblico. Da ieri grazie a Roberto Saviano non è più così e questo è a mio avviso il vero servizio pubblico.

La rivelazione non è piaciuta invece alla Lega che si scaglia furentemente contro l’autore di Gomorra. Tanto nervosismo, più che dalle accuse di collusione per le quali vale la presunzione di innocenza fino a prova contraria, si spiega con un altro ordine di riflessioni.

Le parole di Saviano hanno infatti rivelato ai cittadini del nord Italia una realtà molto diversa da quella dipinta dalla ormai ventennale propaganda leghista. Se io fossi un piccolo imprenditore o un commerciante che vive in Lombardia e che ogni giorno compra la Padania mi porrei questa domanda.

Ma perché in questi anni in cui mi sono indignato per il tentativo di costruire le moschee vicino casa mia, in cui ho sostenuto gli esponenti leghisti che cacciavano dal semaforo il lavavetri o il vu cumprà che mi fa concorrenza sleale, non ho mai letto una riga sulla mia cara Padania, né ho mai sentito denunciare a Pontida o a Campo di Legno che la Mafia si infiltrava nella mia regione?

Come è stato possibile che la Lega che si proclama strenuo difensore del nord non si accorgesse di quanto accadeva nel suo giardino di casa? Ma soprattutto che succederà a me e la mia famiglia se da domani qualcuno che magari parla il mio stesso dialetto mi viene a chieder il pizzo?

Questi sono i motivi che fanno arrabbiare la Lega. Ma il problema sta nel fatto che invece di lanciare accuse e minacce nei confronti di Saviano, la Lega dovrebbe rispondere alle domande che il nord da oggi gli porrà.

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ott/10

29

GHE PENSI MI

Silvio Berlusconi si trova al centro di un nuovo scandalo la cui protagonista è una minorenne marocchina di nome Ruby.

Derubrichiamo pure a gossip e spazzatura tutto quello che riguarda il bunga bunga e il privato. Ma c’è una parte di questa storia che non può essere passata sotto silenzio perché è di una gravità inaudita e dirompente. Mi riferisco alle pressioni effettuate dalla presidenza del consiglio sulla questura di Milano per far rilasciare al più presto la ragazza fermata.

Questi i fatti. Il 27 maggio 2010 una ragazza marocchina di 17 anni, a seguito di una denuncia per furto viene fermata dalla polizia e portata in questura. La giovane è minorenne, è priva di documenti ed è extracomunitaria, dunque la polizia avvia le procedure previste dalla legge per l’identificazione e l’affidamento ai servizi sociali.

Mentre queste pratiche procedono dalla Presidenza del Consiglio, informata dell’accaduto in qualche modo, giunge una telefonata alla questura. Da Roma dicono la ragazza è la nipote del presidente egiziano Mubarak e chiedono alla polizia di affidarla ad una persona che nel frattempo è già giunta in Questura. Si tratta di Nicole Minetti, già igenista dentale del premier e ora neoconsigliera regionale in Lombardia.

La polizia esegue e la ragazza è libera. Queste, purtroppo, non sono voci ma fatti come confermano le ammissioni della stessa Questura di Milano, e come lo stesso Silvio Berlusconi non ha smentito.

E’ gravissimo che la presidenza del consiglio sia intervenuta in una simile vicenda perché è un atto che mina alle fondamenta ogni principio di legalità. E’ gravissimo che siano state date notizie false sull’identità della ragazza tirando in ballo addirittura un capo di stato straniero.

Silvio Berlusconi non è più credibile e deve dimettersi, perché è vero che milioni di cittadini lo hanno eletto, ma il mandato che gli hanno consegnato era quello di governare l’Italia e non quello di tirar fuori dai pasticci una giovane accusata di furto sovvertendo ogni regola e procedura.

Un’altra singolare coincidenza. Tre settimane fa, il 7 ottobre, il consiglio dei Ministri ha approvato, su proposta del Ministro Maroni la promozione a prefetto proprio del questore di Milano a cui è stata affidata la funzione di ispettore generale di amministrazione.

Sono troppi i lati oscuri di questa vicenda e il governo deve chiarirli al più presto e poi andarsene finalmente a casa.

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Credits Raffaele Brogna

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