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C’era una volta un premier che amava vantarsi ad ogni occasione di essere un grande statista internazionale, e rivendicava a se stesso la capacità di influire in maniera determinante sulle scelte di politica estera di grande paesi come gli Stati Uniti o la Russia.
Da quando in Libia la parola è passata alle armi quel premier ha lasciato il posto ad un signore anzianotto che è costretto a fare da spettatore delle decisioni prese dagli altri capi di stato o di governo e delle quali sovente non è neppure informato.
E’ davvero preoccupante la confusione che caratterizza in queste ore il nostro governo in merito alla crisi libica, una confusione che sta costringendo alla più totale irrilevanza il nostro paese sullo scenario internazionale.
L’Italia ancora non è stato in grado di decidere quale deve essere il suo ruolo ed è rimasta a mezza via trai due poli rappresentati da un lato dalla posizione tedesca e dall’altro da quella francese. La prima si è detta contraria ad un intervento diretto e si è astenuta sulla risoluzione Onu. La seconda ha spinto oltremodo perché l’intervento vi fosse e sta cercando di forzare la stessa risoluzione Onu per affermare una sua leadership nel Mediterraneo.
Berlusconi non sa che pesci pigliare e il sintomo della sua confusione è ben dimostrato dall’affermazione che vedrebbe i nostri tornado sorvolare i cieli di Libia ma con la finalità di non sparare neppure un colpo, il che oltre ad essere poco credibile, sarebbe anche inutile e pericoloso per i nostri militari.
In questa nuova crisi internazionale sono in tanti ad aver mostrato dei limiti. La capofila è come sempre l’Unione Europea che continua a rimanere un nano politico anche nelle situazioni, come quella attuale, nelle quali gli Usa hanno tutto l’interesse a defilarsi. Anche la Lega Araba e l’Unione Africana si sono dimostrate a dir poco contraddittorie prima aprendo il via libera ad una risoluzione che senza il loro assenso non ci sarebbe mai stata, e poi lamentandosi dopo il primo giorno perché come era prevedibile a quella risoluzione è stata data una lettura troppo estensiva.
L’Italia dei Valori su questa crisi ha una posizione estremamente chiara, testimoniata dalla mozione presentata sia alla Camera che al Senato. In questa mozione chiediamo la revoca da parte del governo del trattato di amicizia firmato con Gheddafi e il rispetto senza alcuna forzatura della risoluzione 1973 dell’Onu che ha come unico obiettivo quello di proteggere i civili. Senza il rispetto di queste due condizioni fondamentali, che coincidono con la legalità internazionale, ogni azione non può essere credibile.
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DEFAULT DEL GOVERNO SULLE POLITICHE PER LA FAMIGLIA
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In tre anni i fondi a disposizione delle famiglie sono passati da 300 a 25 milioni di euro. La decurtazione ammonta a più del 90% e a queste condizioni il dipartimento per le politiche della famiglia presso la presidenza del consiglio non solo non è in grado di funzionare, ma non può neppure pagare le spese più minute.
La denuncia non arriva dal solito esponente dell’opposizione che si è preso la briga di andare a spulciare i bilanci dello stato e ha fatto di conto tenendo presente anche gli ultimi provvedimenti economici adottati dal governo.
A dichiarare il default delle politiche della famiglia è lo stesso sottosegretario a cui il governo ha concesso la delega per attuarle. Stiamo parlando di Carlo Giovanardi che per dare più peso alla sua denuncia si è portato dietro il capo del suo dipartimento che ha confermato i numeri.
Il quadro che emerge è dunque quello di un governo che è sempre pronto ad occuparsi della famiglia solo a parole, ma la massacra nel momento di passare ai fatti, anzi sarebbe più opportuno dire nel non passare ai fatti, visto che in tre anni nulla è stato fatto.
Berlusconi per il momento tace. Ma questo silenzio è assolutamente inaccettabile di fronte all’ammissione di un fallimento tanto clamoroso. Comprendiamo che il premier sia in difficoltà perché almeno per questa volta non potrà dare la colpa all’opposizione, alla stampa o magari agli alieni, ma almeno una parola deve dirla.
Berlusconi · dimissioni · giovanardi · governo · politiche famiglia
Una volta lo strumento preferito per accontentare le richieste e le pretese dei parlamentari di maggioranza era la finanziaria, da qualche anno invece è diventato il così detto mille proroghe.
Si tratta di un decreto che è sempre stato utilizzato da governi di ogni colore per dilazionare il termine di entrata in vigore di norme che la realtà amministrativa o burocratica aveva reso impossibile applicare nei tempi previste.
Da un punto di vista strettamente tecnico il decreto proroga termini è indispensabile per il governo. Il problema si pone quando dalla necessità si passa all’abuso.
Da qualche tempo a questa parte il mille proroghe è divenuto lo strumento più utilizzato per far passare provvedimenti di ogni tipo, utilizzando all’uopo il modo in cui è scritto che lo rende praticamente incomprensibile.
Basta fare qualche piccolo esempio per capirci. Una legge da poco approvata ha ridotto il numero degli assessori delle giunte e dei consigli comunali. Una delle norme del mille proroghe ha invece regalato a Roma e a Milano una bella deroga stabilendo che le città sopra il milione di abitanti, appunto le due città di cui sopra, potranno avere 15 assessori invece di dodici e mantenere invariato il numero dei consiglieri comunali (60) invece di ridurlo del venti per cento.
La cosa più bella è che questa norma è stata approvata a seguito di un emendamento presentato da un senatore che quando non è a palazzo Madama fa il vice sindaco proprio del comune di Roma.
Questa, anche se da bene la cifra del provvedimento, non è l’unica norma che non va. Basta fare cenno all’ennesima dilazione concessa agli agricoltori che non hanno rispettato le quote latte, oppure il congelamento di quelle graduatorie provinciali per i professori precari che la Consulta ha bocciato, ma la Lega ha preteso che rimanessero in vigore fino al 2012.
A questo si aggiunge lo stop alle demolizioni di case abusive in Campania e la tassa sul cinema che farà aumentare di un euro il prezzo del biglietto.
Ecco qual è la vera faccia di un provvedimento come il mille proroghe sul quale per non farsi mancare nulla il governo ha apposto la fiducia.
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BERLUSCONI NON COINVOLGA L’ITALIA NEL SUO PROCESSO
5 Commenti · Postato da Silvana Mura in Notizie

Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Milano si è pronunciato sull’istanza presentata dai Pm della procura, rinviando a giudizio Silvio Berlusconi con l’accusa di concussione e prostituzione minorile.
Con questo pronunciamento il Gip ha risposto a tre quesiti. Il primo. Ha ritenuto che ci fossero gli estremi perché le accuse formulate dalla procura di Milano fossero valutate all’interno di un processo. Il secondo. Queste le prove prodotte dai Pm sono così evidenti da giustificare il ricorso al giudizio immediato. Terzo. Ha riconosciuto la competenza del tribunale di Milano sull’inchiesta disconoscendo invece la tesi che sosteneva invece la competenza del tribunale dei ministri.
Chiaramente Silvio Berlusconi deve essere considerato innocente finchè non ci sarà sentenza contraria passata in giudicato.
La condizione politica che lo riguarda invece è cosa diversa e certamente da oggi è mutata sensibilmente in peggio. Questo non è il primo caso di processo che vede come imputato Silvio Berlusconi. Ma è la prima volta che il presunto reato e il rinvio a giudizio si verificano mentre lui ricopre la carica di Presidente del consiglio.
Responsabilità e opportunità vorrebbero che chi ricopre una carica pubblica la abbandoni nel momento in cui si viene rinviati a giudizio. Questo perché da un lato c’è il rischio concreto che chi deve difendersi in un processo non sia in grado per tutta una serie di fattori svolgere le mansioni pubbliche a lui affidate.
Un primo lampante esempio lo abbiamo già oggi. Il presidente del Consiglio era insieme al Ministro degli interni in Sicilia dove avrebbe dovuto tenere una conferenza stampa sull’emergenza sbarchi. La conferenza stampa è stata annullata, molto probabilmente perché ritenuta non opportuna alla luce della decisione appena presa dal Gip. Una conferenza stampa che tra l’altro avrebbe avuto il risvolto imbarazzante di vedere fianco a fianco un imputato ed il rappresentante di una delle parti lese (Il Ministero dell’interno) proprio da quell’imputato.
Dall’altro lato c’è il rischio che, rimanendo premier, Berlusconi coinvolgerà il governo nelle conseguenze mediatiche prodotte dal processo e che certamente danneggeranno ancora di più l’immagine dell’Italia nel mondo.
Berlusconi per una volta in quindici anni dovrebbe comportarsi da statista e dimettersi immediatamente. Spetterà poi al Capo dello Stato valutare, secondo le sue prerogative, la situazione politica e scegliere la strada ritenuta più opportuna.
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