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Il governo si accinge a varare nel consiglio dei ministri di domani quella che definisce una riforma “epocale” della giustizia. Per farlo dovrà mettere mano e modificare diversi articoli della costituzione che riguardano l’ordinamento giudiziario.
Della separazione delle carriere tra giudici e Pm si sapeva già da tempo. Così come era noto che si volesse procedere alla costituzione di due Csm.
Quello che si sospettava e che le anticipazioni rendono certo e che le prime due riforme sono propedeutiche al raggiungimento di un unico scopo: mettere i Pm sotto la tutela del potere politico, ed in particolare del governo.
Mentre per i giudici veri e propri, ovvero coloro che decidono l’esito di un processo, tutto rimane invariato come ora, e dunque rimangono indipendenti da ogni altro potere e soggetti esclusivamente alla legge, si volta pagina per la magistratura inquirente, che è costituita dai magistrati che portano avanti le indagini e nel processo rappresentano la pubblica accusa.
Per questi ultimi si stabilisce che eserciteranno l’azione penale “secondo le modalità stabilite dalla legge”. Il passaggio, che a prima vista potrebbe apparire formale, è sostanziale per mettere i Pm al guinzaglio del governo.
Oggi l’azione penale è obbligatoria. Il che vuol dire che quando viene inoltrata una denuncia, oppure il Pm si imbatte in una notizia di reato questi deve procedere d’ufficio a verificarne l’attendibilità. In parole più semplici avvia le indagini del caso per capire se la denuncia è priva di fondamento e dunque va archiviata, oppure si deve procedere fino alla eventuale richiesta di rinvio a giudizio degli indagati.
Con la riforma del governo il sistema cambia è il Pm nel perseguire i reati dovrà seguire un ordine di priorità. Il che significa che alcuni reati dovranno essere privilegiati e anteposti rispetto ad altri. Chi stabilisce queste priorità? Il governo e il Parlamento, dunque la politica.
Ogni anno il ministro della giustizia presenterà una relazione al parlamento in cui indicherà i reati da perseguire in via prioritaria. Il Parlamento, con il voto, sarà chiamata a ratificarla o a modificarla.
Più che una riforma è forte la sensazione di trovarsi di fronte ad una vendetta volta a colpire i magistrati e a ridimensionarli una volta per tutte. Mettere la magistratura sotto tutela della politica è un grande rischio. Perché si potrebbe dar vita ad una giustizia a due velocità, la prima riguarderebbe tutti i cittadini, la seconda la casta.
L’esempio lo abbiamo da quello che è accaduto ieri alla Camera. Eravamo chiamati a pronunciarci su tre richieste da parte della magistratura nei confronti di altrettanti deputati. Richieste tra loro molto diverse per natura, come diverse erano le vicende che riguardavano gli interessati.
Ebbene la Camera con tre distinte votazioni ha respinto le autorizzazioni richieste dai giudici.
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Silvio Berlusconi continua a raccontare che il suo governo ha lavorato bene e tanto e che continuerà a farlo in futuro. Come prova a carico snocciola sondaggi improbabili che si fa da solo.
Più di tante parole che si potrebbero usare per confutare le tesi del premier è indicativo un caso molto concreto che rischia di bloccare la giustizia italiana, costringendo molti tribunali a chiudere.
Non parliamo dell’ultima legge ad personam, ma più semplicemente di Pc e software per i quali dal primo gennaio sono stati tagliati i fondi. Per la precisione sono state tagliate del 50% dall’ultima finanziaria le risorse del ministero della giustizia dedicate al sistema informatico.
Ciò ha prodotto l’interruzione del servizio di assistenza garantito da ditte esterne. Se si considera che i software la cui assistenza è stata tagliata contengono dati come il registro penale, le comunicazioni tra polizia giudiziaria e Pm, l’iscrizione a ruolo delle cause è l’iscrizione degli indagati sull’apposito registro, è evidente che la giustizia italiana rischia un clamoroso black-out.
L’Associazione magistrati ha immediatamente protestato e denunciato la preoccupante situazione. Il Ministro Alfano non l’ha negata dichiarando di aver chiesto al Ministro dell’Economia Tremonti di trovare risorse necessarie a scongiurare il pericolo blocco giustizia.
L’Italia dei Valori, dal canto suo ha presentato immediatamente un’interrogazione per capire come sia stato possibile giungere ad una situazione del genere ma soprattutto chi ha fatto i conti in questo modo.
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ALFANO PROMETTE FONDI CHE NON ESISTONO
Pubblica il tuo commento · Postato da Silvana Mura in Notizie
Se la legge sul processo breve e’ tanto buona e giusta come cerca di far credere il ministro Alfano, ci si dovrebbe domandare perche’ invece di essere approvata e’ stata dirottata per mesi su un binario morto a causa del dissenso non solo di una parte del Pdl, ma anche della Lega.
Staremo a vedere se per evitare la caduta del governo ci sara’ chi improvvisamente ingoiera’ l’ennesimo rospo, e magari fara’ finta di credere alle promesse del
ministro Alfano il quale promette oggi soldi che non esistono e non esisteranno mai. Per chi come l’Idv ha sempre guardato alla realta’ delle cose la legge sul processo breve appare per quella che e’, ovvero lo strumento che per salvare Silvio Berlusconi dai suoi processi mandera’ in malora la maggior parte dei processi.

La situazione deve essere proprio grave se anche il premier Silvio Berlusconi e’ giunto a riconoscere quello che l’Idv sostiene da tempo, ovvero che i ministri implicati in inchieste giudiziarie non possono stare al Governo. E’ anche interessante notare come il premier, almeno a parole, inizi a praticare il principio dei due pesi e due misure non solo nei confronti dei cittadini, ma ora anche verso i suoi uomini di governo. Certo e’, che se davvero Silvio Berlusconi vuole risultare credibile in questo senso, dovrebbe immediatamente bloccare il Lodo Alfano Costituzionale che, invece, ha fatto presentare dai suoi proprio pochi giorni fa’.
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