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Mercoledì prossimo l’ufficio di Presidenza della Camera, organo di cui sono membro, sarà chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di sollevare conflitto di attribuzioni nei confronti della procura di Milano in merito al caso Ruby.
Il conflitto di attribuzioni è un istituto che consente ad una qualsiasi istituzione, che ritiene lesi i propri poteri, di costituirsi in giudizio innanzi alla Corte Costituzionale.
Sembrerà strano, eppure nel regolamento della Camera ( e neppure in quello del Senato), che si compone di ben 154 articoli, non c’è neppure mezza riga volta a normare la procedura da seguire per l’elevazione di conflitti di attribuzione da parte della Camera stessa.
Nel vuoto (voluto) regolamentare si decide esclusivamente sulla base dei precedenti. Dunque la procedura che si segue è la seguente. L’ufficio di Presidenza della Camera analizza la questione e si pronuncia con un voto. Se si esprime a favore della elevazione del conflitto, allora la sua proposta viene portata in aula che si pronuncia definitivamente con un voto (che può essere favorevole o contrario). Se invece l’Ufficio di Presidenza si pronuncia in senso contrario allora la pratica si chiude li senza necessità di un voto dell’Aula. Fino ad oggi l’ufficio di presidenza per tre volte si è pronunciato in senso contrario all’elevazione di un conflitto di attribuzione e in tutti e tre i casi l’aula non è stata chiamata a votare.
Probabilmente più di qualcuno si starà domandando quale sia il senso di questo post. Ebbene poiché probabilmente l’ufficio di presidenza respingerà la proposta di sollevare un conflitto di attribuzione, infatti all’interno dell’ufficio di presidenza in membri dell’opposizione sono uno in più rispetto a quelli della maggioranza, c’è una forte pressione da parte di Pdl e Lega per sovvertire i precedenti e far arrivare comunque la vicenda in aula.
Fino ad oggi le leggi ad personam approvate sono 38. nel corso di questa settimana saliranno a 39 a seguito dell’approvazione della prescrizione breve. Eppure tutto questo sembra non bastare, visto che ad ogni costo ora si vorrebbe imporre anche il primo caso di precedente ad personam.

C’era una volta un premier che amava vantarsi ad ogni occasione di essere un grande statista internazionale, e rivendicava a se stesso la capacità di influire in maniera determinante sulle scelte di politica estera di grande paesi come gli Stati Uniti o la Russia.
Da quando in Libia la parola è passata alle armi quel premier ha lasciato il posto ad un signore anzianotto che è costretto a fare da spettatore delle decisioni prese dagli altri capi di stato o di governo e delle quali sovente non è neppure informato.
E’ davvero preoccupante la confusione che caratterizza in queste ore il nostro governo in merito alla crisi libica, una confusione che sta costringendo alla più totale irrilevanza il nostro paese sullo scenario internazionale.
L’Italia ancora non è stato in grado di decidere quale deve essere il suo ruolo ed è rimasta a mezza via trai due poli rappresentati da un lato dalla posizione tedesca e dall’altro da quella francese. La prima si è detta contraria ad un intervento diretto e si è astenuta sulla risoluzione Onu. La seconda ha spinto oltremodo perché l’intervento vi fosse e sta cercando di forzare la stessa risoluzione Onu per affermare una sua leadership nel Mediterraneo.
Berlusconi non sa che pesci pigliare e il sintomo della sua confusione è ben dimostrato dall’affermazione che vedrebbe i nostri tornado sorvolare i cieli di Libia ma con la finalità di non sparare neppure un colpo, il che oltre ad essere poco credibile, sarebbe anche inutile e pericoloso per i nostri militari.
In questa nuova crisi internazionale sono in tanti ad aver mostrato dei limiti. La capofila è come sempre l’Unione Europea che continua a rimanere un nano politico anche nelle situazioni, come quella attuale, nelle quali gli Usa hanno tutto l’interesse a defilarsi. Anche la Lega Araba e l’Unione Africana si sono dimostrate a dir poco contraddittorie prima aprendo il via libera ad una risoluzione che senza il loro assenso non ci sarebbe mai stata, e poi lamentandosi dopo il primo giorno perché come era prevedibile a quella risoluzione è stata data una lettura troppo estensiva.
L’Italia dei Valori su questa crisi ha una posizione estremamente chiara, testimoniata dalla mozione presentata sia alla Camera che al Senato. In questa mozione chiediamo la revoca da parte del governo del trattato di amicizia firmato con Gheddafi e il rispetto senza alcuna forzatura della risoluzione 1973 dell’Onu che ha come unico obiettivo quello di proteggere i civili. Senza il rispetto di queste due condizioni fondamentali, che coincidono con la legalità internazionale, ogni azione non può essere credibile.
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Ieri sera al termine della rappresentazione del Nabucco al teatro dell’opera di Roma, la tv ha mandato in onda un’immagine che mi ha colpito molto. Nel palco d’onore alle spalle del presidente Giorgio Napolitano che, visibilmente soddisfatto, applaudiva il maestro Muti e i cantanti, mentre allo stesso tempo riceva l’applauso degli artisti e dell’intero teatro, si intravedeva la figura di un uomo di bassa statura, con il volto pallido e tirato che dava l’impressione di un eloquente disagio.
Quel signore che cercava di abbozzare un sorriso che non veniva e che sembrava domandarsi cosa ci facesse in quel posto, era il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Quella sua prolungata espressione di disagio era più eloquente di mille parole. Quello sguardo spalancato nel vuoto, che ricordava quello dell’ultimo discorso di Ceausescu dall’alto di un balcone mentre la Romania crollava (chiaramente Berlusconi non è un dittatore sanguinario), e quello tipico dell’uomo di potere quando improvvisamente si accorge di essere debole.
In quei brevi fotogrammi Berlusconi sembrava invisibile a coloro che lo circondavano ad iniziare dagli alti prelati, i monsignori Bagnasco e Bertone, prodighi di cordialità nei confronti di Napolitano. Alla loro uscita il premier si è dovuto parare fisicamente davanti per ottenere una fredda quanto convenzionale stretta di mano.
Il 17 aprile è stata una giornata particolare ed indimenticabile per Silvio Berlusconi e non solo per la ricorrenza del centocinquantesimo dell’Unità. Accompagnando Giorgio Napolitano in quello che per il capo dello stato è stato un tour storico istituzionale nelle città di Roma, il premier ha invece sostenuto una sorta di via crucis.
Altare della Patria, museo del risorgimento, Basilica di Santa Maria degli Angeli, Camera dei Deputati, Teatro dell’opera. Ad ognuna di queste tappe Berlusconi è stato accolto da fischi, contestazioni e improperi, in particolare sul bunga bunga e caso Ruby. Contestazioni così forti che in un paio di casi ha preferito uscire per una porta diversa, e secondaria, rispetto a quella da dove era entrato.
E’ forse la prima volta che tra Berlusconi e la folla si interrompe bruscamente un feeling che oggettivamente dura da quindici e passa anni. Anche in passato ci sono stati contestatori del premier, ma isolati e subito redarguiti dalla folla che lo applaudiva. Anche alla contestazione più violenta e assolutamente inaccettabile, come l’aggressione operata da Tartaglia, Berlusconi ha reagito mostrando il suo corpo alla folla al fine di tranquillizzarla.
Ieri si è verificato l’esatto opposto. Silvio Berlusconi si è visto costretto a nascondere il suo corpo ad una folla che lo contestava in maniera quasi unanime. Il dato non è secondario se si fa la seguente riflessione. L’orgoglio nazionale e l’amore per la bandiera hanno fatto grandi progressi negli ultimi anni, ma per tradizione cultura e storia politica è altamente improbabile che tra le persone che ieri si assiepavano all’altare della patria ci fossero degli estremisti di sinistra o dei centri sociali.
Ed infatti è forse la prima volta che Berlusconi non da la colpa a fantomatici comunisti. Forse ieri anche lui ha toccato con mano che qualcosa sta cambiando nella società. Sta a noi prenderne piena coscienza e girare finalmente pagina una volta per tutte.
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DEFAULT DEL GOVERNO SULLE POLITICHE PER LA FAMIGLIA
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In tre anni i fondi a disposizione delle famiglie sono passati da 300 a 25 milioni di euro. La decurtazione ammonta a più del 90% e a queste condizioni il dipartimento per le politiche della famiglia presso la presidenza del consiglio non solo non è in grado di funzionare, ma non può neppure pagare le spese più minute.
La denuncia non arriva dal solito esponente dell’opposizione che si è preso la briga di andare a spulciare i bilanci dello stato e ha fatto di conto tenendo presente anche gli ultimi provvedimenti economici adottati dal governo.
A dichiarare il default delle politiche della famiglia è lo stesso sottosegretario a cui il governo ha concesso la delega per attuarle. Stiamo parlando di Carlo Giovanardi che per dare più peso alla sua denuncia si è portato dietro il capo del suo dipartimento che ha confermato i numeri.
Il quadro che emerge è dunque quello di un governo che è sempre pronto ad occuparsi della famiglia solo a parole, ma la massacra nel momento di passare ai fatti, anzi sarebbe più opportuno dire nel non passare ai fatti, visto che in tre anni nulla è stato fatto.
Berlusconi per il momento tace. Ma questo silenzio è assolutamente inaccettabile di fronte all’ammissione di un fallimento tanto clamoroso. Comprendiamo che il premier sia in difficoltà perché almeno per questa volta non potrà dare la colpa all’opposizione, alla stampa o magari agli alieni, ma almeno una parola deve dirla.
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